Ven. 14 maggio 2021
Scuola Senza Fine
Un film di Adriana Monti

Riservato

The 150 Hours Courses were an educational experiment implemented in Italy beginning in 1974, available to factory workers and farmers initially, and expanding to include women a couple of years later. The courses were non-vocational; they were not intended to improve one’s productivity at work, but rather to allow for personal and collective growth. The courses sought to help workers reflect not only upon their working conditions but also on their lives. A large part was devoted to the re-elaboration and reinterpretation of what was defined as the "lived experience" of those attending: their experiences with work, emigration, cultural and language discrimination, union struggles, etc. Scuola Senza Fine shows how the experiment extended into the lives of women taking the course, most of whom were housewives.

 

In collaborazione con la Fondazione Micheletti

 

Dopo aver lavorato con un certo gruppo di donne, casalinghe, per un anno, iniziammo a girare il film Scuola senza fine , quasi per caso, nel 1979. Riuscii a trovare gratis l’attrezzatura necessaria per il film e anche del denaro per pagarlo. Le donne che avevano frequentato le 150 ore avevano completato la scuola secondaria nel 1976. Non avevano voglia di tornare a passare i loro pomeriggi a stirare o giocare a carte. Ci inventammo nuovi seminari su letteratura, il corpo e l’immagine.

Riscoprire il piacere di leggere e studiare fu come rivivere la propria adolescenza. Era importante per loro avere un’insegnante cui raccontare per iscritto quello che avevano fatto e pensato, la loro storia passata, i loro piani per il futuro. L’insegnante del corso era qualcuno che le ascoltava e le faceva pensare. Lea Melandri proveniva dal movimento delle donne, all’interno del quale era considerate una raffinata teorica. Lea era stata la promotrice prima del “Gruppo dell’inconscio” e poi del gruppo ““Sessualità e Scrittura”, aveva perciò famigliarità con le questioni legate all’inconscio, alle relazioni delle donne tra loro, alla relazione di ogni individuo con la cultura e la conoscenza. Riuscì a rafforzare la loro capacità espressiva e trasformò i corsi di educazione degli adulti in gruppi di studio e ricerca cui si unirono in seguito nuove altre corsiste e altre insegnanti.

Il processo messo in atto ebbe un risultato pari a quello di stappare una bottiglia di champagne. Gli scritti delle donne crebbero, maturarono e cominciarono ad essere letti e discussi nel corso, mentre Lea, il cui libro L’infamia originaria pronto per la pubblicazione ( e uscito nel 1977), non scrisse poi per diversi anni. Le studentesse, incoraggiate all’inizio da Lea e poi dalla scoperta di Freud, poi dalle altre insegnanti e da materie come scienza, filosofia, analisi dei linguaggi (visivi, scritti e gestuali), riempivano pagine e pagine di blocchi e quaderni con le loro riflessioni e idee personali sulla cultura, su se stesse, le loro famiglie, la natura e i loro sentimenti.

Il gruppo cambio’ nel corso degli anni e nel 1981 diventò una Cooperativa di grafica. Nei primi anni, durante le riprese del film (1979-1981), era importante per le donne essere capaci di socializzare senza i soliti pregiudizi. Pranzi, cene, danze, feste e andare in discoteca era il modo più comune per divertirsi.
Il film mostra come le donne si relazionavano in quel periodo e come la loro vicinanza fosse tangibile – forse perché venivano dallo stesso quartiere, o perché condividevano gli stessi ideali e lo stesso modo di pensare, o semplicemente perché si volevano bene. Per molte donne, riscoprire la relazione materna all’interno del rapporto con l’insegnante, significò esprimere pensieri che erano spesso sottovalutati o messi da parte (la maggior parte delle casalinghe che seguivano il corso avevano rinunciato a perseguire un’educazione per andare a lavorare o non potevano usare l’istruzione ricevuta in precedenza perché erano rimaste a casa dopo il matrimonio). L’opportunità di rivivere quel tipo di relazione in un ambito scolastico diede luogo a un interessante modo nuovo di scrivere e pensare.
All’inizio, la loro abilità di andare dritte al cuore dei problemi filosofici e scientifici sorprese tutte noi. I loro scritti mostravano una capacità di pensiero indipendente non bloccato da paroloni o da ideologie o teorie intimidatorie; loro giocavano con le teorie o le usavano come formule magiche ma arrivavano sempre a porre domande alle quali nessuno aveva ancora risposto. Questo tipo di approccio con la cultura causò ovviamente una serie di problemi non indifferenti, ma questo non fa parte di ciò che si mostra nel film. Lascio il compito di tracciare questa parte della storia a scritti e documenti che verranno nel futuro.
Il film registra l’inizio del lavoro e ricrea l’atmosfera che esisteva allora. Le occasioni di socializzazione mostrano come le singole individue si relazionano con il gruppo, mentre nelle parti individuali, attraverso gli scritti, emerge come avviene lo sviluppo dei pensieri – alla tavola di una cucina nel mezzo della notte, sul palcoscenico o di fronte a un foglio bianco, danzando o guardando a dei vasi di fiori che evocano i campi, o camminando verso casa.

Ogni tanto, durante quei tre anni, prendevo la macchina da presa e filmavo. Poi ho lasciato tutto da parte per tre anni.
Le riprese della prima parte del film erano state decise collettivamente. Poi tutte persero l’interesse al lavoro. Io decisi di finire il lavoro da sola e a quel punto è nata la seconda parte del film dove le singole parti presero forma. Ho trovato doloroso contenere in un linguaggio l’intensità di quella esperienza e della vita condivisa insieme in quegli anni, ma dovevo dare il meglio che potevo per trasmetterla.

Questo è quello che mi dicevo ogni volta che mi chiudevo nella stanza della moviola. Lavorare sul film era quasi lavorare su un ipotetico, – complesso e sfaccettato – corpo materno, per il quale dovevo trovare una forma, soprattutto nella seconda parte del film, dove dovevo occuparmi direttamente e a turno di ogni donna.

Ho montato il film nelle sere libere quasi come un alibi per tenere a bada l’ansia e l’angoscia. Alla fine, nel febbraio del 1983 la copia finale del film è stata prodotta.

Adriana Monti, in Giuliana Bruno & Maria Nadotti (edited by), Off Screen: Women & Film in Italy, Routledge, London and New York 1988, pp. 80-2.

Foto: Fondazione Micheletti e Adriana Monti

 

English

After I had been working with a particular group of housewives for a year, we started shooting the film Scuola senza fine (literally, ‘School without end’) almost casually, in 1979. I was able to get equipment free of charge and money to pay for the film was made available. The women had taken the ‘150 Hours’ course and had been awarded the completion of secondary school diploma in 1976.

But they were reluctant to go back to spending their afternoons ironing or playing cards. So first we devised new seminars on literature, the body and the image.

Rediscovering the pleasure of reading and studying was like reliving their adolescence. It was important for them to have a teacher to whom they could tell in writing what they had done and thought, their past history and plans for the future. The teacher of the diploma course was someone who listened to them and made them think: Lea Melandri, who came from the Women’s Movement where she was considered a fine theorist and had been a promoter firstly of the “Gruppo dell’inconscio” and then of the “Sexuality and Writing group”. She was consequently familiar with issues related to the unconscious, to women’s relationships with each other, and to the individual’s relationship with culture and knowledge. She was able to strengthen the women’s expressive potential and transformed the adult education course into a study and research group which was later joined by more teachers and new students.

Watching the project develop was like uncorking a champagne bottle. The women’s writing matured and began to flow and sparkle while Lea, whose book L’infamia originaria was about to be published, did not write anything else for several years. The women students, encouraged first by Lea and the discovery of Freud, then by the other teachers and by science, philosophy, and linguistic analysis (visual, written, and body languages), filled page after page of their writing pads and exercise books (or in Amalia’s case, loose sheets), with personal reflections on culture, themselves, their families, nature, and feelings.

The group changed in the course of time and in 1981 it became a graphics cooperative. In the early years, and during the shooting of the film (1979-81), it was important for the women to be able to socialise without the usual local prejudices. Lunches, dinners, dances, parties, and going to discos were the most frequent forms of entertainment.

The film shows how the women related to each other at that time and the special closeness each woman felt for every other – perhaps because they carne from the same place, or shared the same ideals and way of thinking, or, simply, because they were fond of each other. For many women, rediscovering the mother-teacher relationship meant being able to express thoughts which had often been undervalued or disregarded (most of the housewives attending the course had given up their education to go to work or had not been able to make use of the knowledge they had already, because they stayed at home after getting married). The opportunity to relive that relationship in a learning situation stimulated a very interesting kind of writing and thought. At first, the women’s unfailing ability to get to the heart of philosophical and scientific issues used to take us by surprise.

Their writing shows an independent way of thinking which is not dazzled by long words or intimidated by theory; they used to play with theories or use them as magic formulas, but always to approach a question to which there was no answer. This approach to culture caused a number of difficulties but this is not what the film is about. The task of tracing that part of the story can be left to subsequent writing and other documents. The film merely records the initial part of the work and recreates its atmosphere. The social occasions indicate how individuals related to the group, while individual pieces of writing show us how thinking develops and unfolds at a kitchen table in the middle of the night, on a stage, or facing a blank drawing sheet, while dancing, or looking at window-box plants that evoke the countryside, or walking home. Every now and then, during those three years, I used to take the camera and film. Then I gave it all up and did not touch the material for two years.

The shooting of the first part of the film was undertaken collectively. But then everybody lost interest in it. I decided to finish it on my own and this is how the second part, the individual chapters, took shape. I found it painful to contain in language the intense experience of our lives together but I had to convey it as best as I could. This is what I said to myself every time I shut myself away to edit. But working on the film was like operating on a hypothetical, complex, and multifaceted maternal body for which I had to find a shape, especially in the second part of the film where I had to look directly at each woman in turn. I used editing the film in my free evenings as an alibi to hold my anxieties and anguish at bay. At last, in February 1983, the final copy was printed.

Adriana Monti, in Giuliana Bruno & Maria Nadotti (edited by), Off Screen: Women & Film in Italy, Routledge, London and New York 1988, pp. 80-2.

Stills: Fondazione Micheletti e Adriana Monti

 

RegiaAdriana Monti Durata 36’ Anno 1983 Nazione Italia Formato 16mm Tag Adriana Monti / Adriana Monti e le insegnanti delle ‘150 Ore’
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