25 APRILE 2021:
76° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE

Per il 25 aprile 2021 – 76° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, Streeen ospita una serie di eventi cinematografici realizzati con le più importanti associazioni antifasciste storiche italiane e con associazioni che si occupano di cinema e documentari.

Nelle schede, a cui potete accedere dalla nostra homepage e dal numero speciale di oggi 25 aprile 2021, troverete diversi documentari e testimonianze su fatti e personaggi storici che hanno reso possibile la Liberazione dal nazifascismo e con essa la fine di un regime totalitario che, dopo aver privato della libertà gli italiani per vent’anni, ha provocato una inutile guerra mondiale, ha mandato a morire centinaia di migliaia di persone – contando solo gli italiani naturalmente – e alla fine questa guerra l’ha persa con ignominia, oltre che con enorme danno e disonore per il Belpaese.

 

Comitato di coordinamento fra le Associazioni della Resistenza: VOCI DELLA RESISTENZA: I giorni di Torino

Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza: CINETECA DELLA RESISTENZA PER LA FESTA DELLA LIBERAZIONE

AMNC, ArTeMuDa, ANPI Sez. Chiomonte – Alta Valle Susa, Valsusa Film Fest e Streeen!: MAI TARDI. La resistenza in Val di Susa

 

UN INTERVENTO DEL REGISTA DANIELE GAGLIANONE

 

Approfittiamo qui della presenza tra questi film di uno dei primi lungometraggi del regista Daniele Gaglianone per pubblicare un suo intervento che ci ha fatto pervenire in questi giorni.

Ci teniamo a pubblicarlo oggi perchè, al di là del fatto in sé di cui parla, questo intervento chiama in causa quello che a nostro avviso dovrebbe essere uno dei temi centrali in questa giornata in ricordo della Liberazione: quanto delle istituzioni del regime fascista rimane ancora tra le pieghe dell’ordinamento democratico italiano, e come sia difficile ancora oggi, per una democrazia che oramai non si può più definire giovane – oggi è il suo 76° compleanno! – “liberarsi” del retaggio di leggi ed istituzioni che da tempo andrebbero totalmente riviste e abolite.

La lettera in sé tocca due elementi molto importanti su questo argomento.

Il primo è il controverso istituto della “sorveglianza speciale”, soprattutto laddove viene attuato nei confronti di persone appartenenti ai movimenti politici e sociali, con le gravi limitazioni della libertà personali che questo implica nei confronti di chi, essendo precedentemente incorso in reati di varia natura nell’esprimere il proprio dissenso, viene privato “a priori” delle sue fondamentali libertà non solo di espressione e di partecipazione alla vita sociale, ma anche della libertà di muoversi e persino di lavorare liberamente.

Il secondo, che in qualche modo ci riguarda ancora più da vicino come persone che operano nell’ambito del cinema, dell’arte e della comunicazione, è il tema della censura.

Solo pochi giorni fa l’attuale Ministro della Cultura ha definitivamente abolito il visto censura per le opere cinematografiche, strumento che soprattutto nelle decadi precedenti ha impedito la circolazione di numerose opere anche di grande valore artistico o le ha letteralmente mutilate. E’ un tema che su Streeen era appena stato trattato e messo in evidenza grazie ad un lavoro della regista Irene Dionisio, una sua video-installazione che abbiamo il piacere di avere in catalogo.

Nel caso di cui parla in questo intervento di Daniele Gaglianone, si riescono a mettere insieme in un unico caso giudiziario i due istituti cari alle istituzioni pre-repubblicane: viene chiesta la sorveglianza speciale ad un militante anarchico torinese portando a giudizio come prove ed aggravanti le parole che fa dire al protagonista di un suo romanzo. Non viene censurata l’opera in sé, ma viene richiesta la sorveglianza speciale per la persona che l’ha realizzata.

Noi crediamo che questo sia un ottimo giorno per parlarne.

Ci scrive il regista Daniele Gaglianone:

” Marco Boba, militante anarchico, ha ricevuto da parte della Questura e della Procura di Torino una notifica di richiesta di sorveglianza speciale della durata di due anni perché ritenuto socialmente pericoloso. Fin qui, purtroppo, niente di nuovo: sono molti gli attivisti dei movimenti colpiti da questa misura. L’aspetto che questa volta rende ancora più grave la richiesta di queste restrizioni è che a riprova della pericolosità di Marco si fa riferimento ad un suo romanzo pubblicato da Eris Edizioni nel 2015 Io non sono come voi e, nello specifico, alla quarta di copertina dove è riportata una frase del protagonista della storia: Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta.

Conosco Marco da molti anni; si tratta di una conoscenza sviluppata attraverso incontri quasi sempre casuali dovuti ad amicizie e frequentazioni comuni. Marco per me – e credo io per lui – fa parte di quel gruppo di persone con le quali si prova una istintiva empatia che supera le distanze rispetto alle esperienze le idee e le scelte che si perseguono nella vita, abitando quello spazio che è l’anticamera dell’amicizia, una sorta di limbo dove la possibilità di un rapporto più intenso si percepisce come tangibile, se solo il labirinto della vita e l’attitudine ad attraversarlo consentisse a questa possibilità di seguire il suo corso*. Fra i nostri incontri sporadici ce n’è stato uno cercato e voluto da entrambi. Quando Marco ha pubblicato il suo romanzo, le nostre rispettive curiosità si sono incrociate: la mia era quella rispetto ad un libro che raccontava l’esperienza della militanza politica vista da uno scrittore che quel tema lo conosceva bene, e la curiosità di Marco era di sapere che cosa ne pensassi io, anche in quanto narratore cinematografico. Ricordo che dopo esserci sentiti al telefono un paio di volte ci incontrammo nella sede di Radio Black Out. La mia impressione (che è rimasta la medesima) era che il romanzo avesse delle forti potenzialità rispetto alla capacità di restituire personaggi ambienti e atmosfere ma che a mio avviso rischiavano di restare soffocate da un eccesso di urgenza di raccontare (se non tutto, il più possibile!) cose che premevano sull’autore per essere espresse. Chi ha provato a raccontare sa che uno dei rischi è proprio quello di restare ostaggi della propria storia e dei propri personaggi, perdendo quella distanza necessaria che consente di restare in equilibrio fra il dentro e il fuori della materia narrativa. Nel caso del romanzo di Marco uno dei nodi rispetto a questo problema era l’utilizzo della prima persona; trovavo che semplificasse troppo il rapporto tra l’entità narrante e il protagonista. A volte pareva non limitarsi ad essere un punto di vista nella focalizzazione del racconto ma apparisse solo come uno strumento per dichiarare il punto di vista del protagonista sulla vita e sul mondo. Nel leggerlo, dissi a Marco quel giorno, avevo avuto la strana e apparentemente paradossale sensazione che in un romanzo dove si racconta di una lotta politica ed esistenziale contro un sistema detestabile, ci fosse poco conflitto proprio tra la voce del protagonista e la voce, sottotraccia, di chi l’aveva creata. Marco accolse sia le mie perplessità, sia le mie notazioni positive con interesse, rivelandomi che la scelta della prima persona non era stata semplice ed inizialmente era stata foriera di dubbi anche per lui. Ricordo quella conversazione con grande piacere. Non avrei mai immaginato, MAI, che quel nostro dibattitto sulla scrittura in prima persona potesse ora risuonare così sinistro. Quello che sta accadendo a Marco è incredibile nel senso letterale del termine. Si fa fatica a credere che a supporto dell’intenzione di applicare l’istituto dalle reminiscenze fasciste della sorveglianza speciale si faccia ricorso alla quarta di copertina di un libro. Non credo fosse necessario quel riferimento nel consolidare la richiesta di quella misura ma chi quella richiesta ha pensato e redatto ha avvertito che in questo momento storico una cosa del genere si potesse fare. Si può contestare e censurare lo spazio mentale della creazione, insinuare il tarlo del forse-questo-è-meglio-non-scriverlo nella testa di chi decide di raccontare? Evidentemente in molti pensano che questo sia possibile e auspicabile. Mi chiedo, con una ingenuità da cui non rifuggo ma che rivendico, come si possa non essere d’accordo con l’affermazione che l’odio del protagonista è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana del sistema. Basta fare un breve viaggio virtuale, in qualsiasi momento, nei siti dei giornali main stream italiani e internazionali (non, quindi, siti antagonisti e non allineati) per prendere un cazzotto in faccia – nonostante l’edulcorazione fisiologica del mondo dell’informazione – nel subire l’immagine del mondo restituita dalle “ultime notizie”. Uomini donne e bambini che annegano in mare non per colpa delle onde in tempesta segno di una natura cattiva e indifferente, ma come conseguenza diretta di una scelta politica; oppure che muoiono di freddo in mezzo alle foreste della Bosnia ai confini d’Europa, picchiati dalla polizia croata pagata da noi, lontani dalle schermaglie diplomatiche tra democratici e dittatori, dalle sedie e i divanetti di Erdogan; il quotidiano stillicidio dei morti nei cantieri nelle fabbriche in mezzo alla strada chiamati incidenti mentre sono quasi sempre omicidi (colposi?) come conseguenza di un mondo del lavoro divenuto selvaggio e deregolato; la patetica e ignobile passerella della classe dirigente di un paese sempre più in bilico tra farsa e tragedia dove al governo c’è la destra (ah, no c’è il PD..) e all’opposizione l’estrema destra; mi fermo qua perché l’elenco sarebbe (anzi, è) troppo lungo. Senza andare troppo lontano ricordiamoci della città in cui viviamo, una città che ha fama d’essere una città civile, ma che invece io sento come sempre più barbara soprattutto nell’esercizio quotidiano di chi ne detiene l’egemonia, come nella guerra ai poveri chiamata “riqualificazione” di interi quartieri da degradare per potere espellere chi non è adeguato al processo di gentrificazione; una città che ha il triste primato di essere uno dei 4 luoghi in Italia dove si esercita la detenzione amministrativa nei confronti dei migranti che hanno come unica colpa quella di possedere un corpo senza documento, un’idea giuridica orwelliana dove, poiché non è elegante e democratico mettere in galera chi non compie reati, si provvede a modificare il nome con la quale si definisce la prigione; una città che è il centro nevralgico della grande rapina di denaro pubblico della Torino –Lione. L’unica forma di opposizione fisicamente percepibile, in un panorama cittadino politicamente anestetizzato e omertoso, è spesso costituita esclusivamente dai movimenti sociali che nascono dal basso.

Io che sono nato altrove, mi sento figlio di questa città, nel bene e nel male. Mi chiedo, pensando ancora alla frase incriminata del protagonista di Io non sono come voi, che cosa penserebbero di quelle parole alcuni personaggi dei miei film di finzione che sono necessariamente ancheun pezzo di me: cosa ne penserebbero i due vecchi partigiani Alberto e Natalino che dopo 50 anni credono che sia ancora giusto sparare a un fascista; cosa ne penserebbero Ale e Ferdi, inquieti adolescenti pronti ad incendiare una casa in segno di protesta contro un’ingiustizia; cosa ne penserebbe Pietro che all’ennesima umiliazione subita dal suo datore di lavoro tira fuori, usandolo, il coltello; cosa ne penserebbe Carmine che smette di essere un bambino per ammazzare a sprangate un dottore pedofilo assassino nostalgico di Hitler; e giungo a chiedermi qualcosa di surreale ovvero se i comportamenti dei miei personaggi possano essere utilizzati come prova contro di me, se e quando se ne presentasse l’occasione.

Un comune amico, mio e di Marco, mi ha sollecitato a volte ad essere più estremo nelle mie scelte creative: mi piace che utilizzi il termine estremo e non estremista, perché “estremo” mi pare si riferisca di più ad un posizionamento fisico, un invito a spingersi sull’orlo dell’abisso che si vuole raccontare, rischiando di scivolarci dentro senza affacciarsi e basta, per restituire attraverso una storia e dei personaggi, il senso di quella perdita di equilibrio, di quella caduta. Non so se questo amico abbia ragione o se sia troppo severo ma la sua sollecitazione rimanda ad una questione urgente più ampia che riguarda il che fare. Quando lavoravo, da giovane, all’Archivio Cinematografico della Resistenza, ho sentito spesso il mio maestro Paolo Gobetti ripetere la frase “chi fa sbaglia, chi non fa non sbaglia mai.” Come ho scritto prima, ad uno sguardo consapevole non è così difficile (e senza essere per questo necessariamente dei nichilisti) arrivare a percepire il mondo in cui viviamo come aberrante e ingiusto nelle fondamenta, il cui peccato originale non ha possibilità di redenzione e convincersi che l’unica cosa da fare sia opporsi ad esso con tutte le proprie forze. Chi lo fa sceglie di mettersi in gioco senza nascondersi, mettendo in conto i rischi che ne conseguono. Io questa determinazione non la possiedo: non so tracciare con nettezza la soglia di questo confine tra me e chi invece questa determinazione ce l’ha, tra ilmio modo di essere contro e il suo, e quanto questa differenza sostanziale sia dettata dalla volontà di non averequel tipo di determinazione e quanto sia dettata dall’incapacità di averla. Ma al di là di questo sento invece con chiarezza il confine che mi separa da coloro che promuovono e difendono culturalmente e militarmente questo sistema, sento necessario non essere come loro e non perdere la capacità di indignarsi e reagire per non rischiare di abituarsi ad accettare l’inaccettabile.

* Una piccola nota a margine: più di un anno fa, qualcuno entrò nella mia posta elettronica, con l’intento di copiarmi la rubrica e inviare successivamente a tutti i miei contatti una mail in cui io mi sarei trovato in Costa D’Avorio (!) in grande difficoltà tanto da richiedere un aiuto finanziario di 800 euro. Era chiaramente un falso ma molte persone mi scrissero sia per avvertirmi che qualcuno stava giocando con i miei dati, sia per assicurarsi che tutto fosse comunque a posto. Tra questi messaggi me ne arrivò uno di Marco: mi chiedeva come stavo e, inoltre, mi diceva che se avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa, potevo contare su di lui. Se non ricordo male, in quel periodo stava scontando una condanna ai domiciliari o era sotto il regime di qualche tipo di restrizione. Restai colpito da quel messaggio. Una persona che sta passando guai giudiziari si preoccupa di farmi sapere: “io ci sono”. Grazie Marco.

Ancor prima di questo episodio Marco mi inviò un altro romanzo in bozze: gli sarebbe piaciuto sapere che cosa ne pensassi, anche per avere un opinione sul work in progress della scrittura. Lo iniziai ma per motivi che non so descrivere con precisione, interruppi la lettura senza mai terminarlo. Scusa Marco. Ma prima o poi giuro che lo leggerò!!!”

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