“Lo stato brado” segue la vita di Giovanni, un raccoglitore di ferro sotto sfratto che vive a San Cristoforo, quartiere popolare di Catania ad alto tasso di criminalità.
Giovanni abita in un basso e tira a campare facendo piccoli trasporti, svuotando cantine, smontando motori, vendendo oggetti recuperati qua e là.
Non ha mai pagato le tasse, l’assicurazione, il bollo dell’auto, ma è riuscito a tenersi fuori dalle amicizie più pericolose; specie da quando ha sposato Xiomara, una donna dominicana con la quale ha avuto tre figli.
Gli imprevisti e il rischio della galera sono parte integrante dell’esistenza di Giovanni. Finire male è messo in conto. L’affastellarsi di pignoramenti e sfratti pure.
Oltre ad un’instancabile voglia di lavorare, Giovanni ha un’opinione discutibile ma chiara della politica e dello Stato. La restituisce rimodulando con abilità i valori mafiosi che nonostante tutto gli appartengono. É difficile essere d’accordo con lui, ma le sue parole spingono a riflettere sulla città che Giovanni abita, sui suoi abitanti, sulla sua storia fatta di errori e rimozioni.
NOTE DI REGIA
Il film nasce dal desiderio di raccontare la sensazione che provo nei confronti della città dove sono nato: Catania.
Ago storico della bilancia della politica nazionale, questa città ha sempre pagato (e continua a farlo) le scelte scellerate di una classe politica senza coscienza e di una classe d’imprenditori e di professionisti corrotta e corruttrice che hanno generato assurde ed insanabili ferite chiaramente visibili nel suo tessuto urbano.
Una città spezzata in due, dove il popolo paga sempre il prezzo più alto per un’immobilità scelta e fortemente voluta da pochissime persone che si arricchiscono, indisturbate, su una base di totale illegalità. Una città nella quale l’idea di una “inevitabile sopravvivenza”, è talmente radicata negli abitanti, da non permettere loro non solo di ritagliarsi, ma neppure di immaginare una diversa possibilità.