Convergenze
Sinossi
“Convergenze” è un documentario che racconta la storia di un uomo, Peppino D’Emilio, che nel corso degli anni Settanta voleva trasformare la città attraverso l’arte ed ha per questo fondato uno spazio culturale dal nome “Convergenze”: non una semplice galleria, non un semplice luogo espositivo, ma la materializzazione di una visione della città, di una idea di trasformazione della città fondata sulla valenza espressiva e creativa delle persone. Un centro culturale, un vero e proprio Community Art Centre, attivo a Pescara dal 1973 al 1981 in cui si formò, tra gli altri, Andrea Pazienza, icona di un’intera generazione.
È proprio Paz che nel 1977 su Alter Alter racconta quell’esperienza:
Nel 1969 mi iscrivo al liceo artistico di Pescara, città in cui mi trasferisco, e ho già all’attivo alcune partecipazioni a mostre collettive.
Nel ’70 (o molto prima?) apre a Pescara una galleria d’arte il cui tenutario è completamente pazzo. Si chiama Nuova Dimensione, e la bazzico.
Chiude nel !72 (questo lo so per certo).
Parte degli artisti senza tetto si riunisce e apre di lì a poco l’ormai leggendaria Convergenze, Centro d’Incontro e d’Informazione Laboratorio Comune d’Arte, che tutt’ora resiste.
E per un poco va avanti che collaboro con costoro, si fa tutto il possibile, dall!happening alla grossa rassegna, dai concettuali ai comportamentisti, dai film in 16 o in super 8 alla body art, dai concerti ai veri e propri festival, eccetera.
C’era un’aria conviviale da allegro seminario.
Il documentario sviluppa appunto una storia che intreccia le grandi questioni degli anni Settanta con i ricordi personali, le testimonianze, di coloro che hanno conosciuto gli anni giovanili di Andrea Pazienza e hanno vissuto l’esperienza di “Convergenze”, riportando alla memoria il vissuto di un territorio, l’atmosfera degli anni Settanta così come è stata vissuta da una città di provincia italiana.
Una trama narrativa che si dipana tra il sogno di un uomo, di Peppino D’Emilio, che voleva cambiare l’animo degli uomini attraverso l’arte, la cultura, i linguaggi espressivi, e il sogno di molti nutrito dalla speranza di cambiare il mondo.
Si tratta dunque del racconto di un pezzo di storia del nostro paese (focalizzato sull’arte e la cultura) che ha trovato la sua piena articolazione in una città di provincia. Non un Amarcord, ma la ricostruzione di una sperimentazione culturale e artistica esemplare interpretata a partire dalle domande, dalle necessità, dalle urgenze di oggi del nostro Paese – arte e cultura come bene comune, capacità di cambiamento, innovazione, ricerca, formazione, mondo giovanile.
Note di Regia
Oltre alle interviste a testimoni qualificati (artisti, giornalisti, critici e performer) il documentario usa immagini di repertorio inedite che si riferiscono alla presenza a Pescara nel corso degli anni Settanta di artisti quali Joseph Beuys, Giuseppe Chiari, Mario Merz, Gilberto Zorio, Vettor Pisani, Enzo Cucchi, Pierpaolo Calzolari, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, Gino De Dominicis, Sandro Chia, Franco Summa, Sandro Visca, Albano Polinelli, Andrea Pazienza stesso – e immagini inedite delle opere realizzate ed esposte in quel periodo.
Dal punto di vista registico mi sono posto un duplice “problema”: da una parte la rappresentazione fotografica delle opere d’arte, dall’altra la ri-presentazione di un materiale che si caratterizza già in origine come una rappresentazione documentaria dell’arte stessa.
Il riuso d’archivio, il ‘found footage’ diventa in questo caso un corpo a corpo tra passato e presente.
Memorie perdute, cercate e ritrovate, portatrici in qualche modo di una specifica cultura visiva dell’epoca, di uno specifico immaginario, sottoposte a una serie di interventi che ne forzano il carattere espressivo ed evocativo, non meramente descrittivo-referenziale.
Ricomposizioni che appunto forzano i materiali primigeni verso una loro seconda vita, elaborata anche da un preciso contrappunto sonoro che non agisce come mero commento musicale ma che ci offre quella convivenza di rapporti inaspettati in cui il vedere e il sentire diventano una cosa sola.
Le immagini e le interviste sono appunto contrappuntate da una colonna sonora che utilizza materiali provenienti dalla musica d’arte contemporanea.
Le scelte che hanno orientato la costruzione del sonoro trovano una particolare concentrazione nella psichedelia musicale, non quella espressa nella musica pop e nel rock progressive, ma la sua rielaborazione artistica nella musica contemporanea ad opera di uno dei più importanti compositori italiani del Secondo Novecento, Fausto Romitelli, e del violinista e compositore pescarese Diego Conti.
Una particolare attenzione, tra le altre cose, è stata riservata al racconto della sede Regionale della Rai (Abruzzo) che, in quegli anni, tra il 1979 e il 1983, si è caratterizzata come un formidabile centro produttivo anche grazie al coinvolgimento di autori come Peppino D’Emilio stesso.
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