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I corti di Gaglianone e Pac-man

Non-si-deve-morire-per-vivere

Daniele Gaglianone e Alberto Pac-Man inaugurano la sezione Freee!, vale a dire la sezione in cui la visione dei filmati è completamente gratuita, e senza pubblicità.

Cortometraggi, documentazioni filmate, filmati unici o rari non utilizzabili commercialmente, film dai diritti decaduti potranno trovare spazio per essere messi a disposizione gratuita del pubblico, senza pubblicità.

 

Daniele Gaglianone è uno dei maggiori talenti cinematografici italiani degli ultimi venti anni, capace di intensità liriche uniche, sempre legato alle tematiche più scomode del reale, del sociale e dell’ambiente

Streeen presenta due lavori. Tutti mi chiedono da dove vengo nessuno vuole sapere chi sono, realizzato “a tre mani” (Daniele Gaglianone, Monica Affatato, Luciano D’Onofrio) nell’ambito di un lavoro di supporto ai minorenni stranieri di Porta Palazzo, a Torino nel 1999, è un cortometraggio iperrealista dove per una volta il senso di rivalsa degli emarginati risulta vincitore. Ma gli anni ’90 stanno finendo.

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Non si deve morire per vivere, dei primi anni 2000, è un documentario a tre voci sulla storia dell’Ipca, una fabbrica di coloranti di Chieri, in provincia di Torino, che con centinaia di morti di tumori dovuti alle esalazioni dei coloranti e all’assenza totale di protezioni, fu tristemente protagonista di uno dei più clamorosi processi degli anni ’70 in tema di riconoscimento del diritto alla salute dei lavoratori.

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Alberto Pac-Man, writer, disegnatore, scenografo, pittore, grafico, con collaborazioni dalla Fura del Baus alla Mutoid-Waste Company a Manu Chau ha realizzato nei primi anni ’90 questi due filmati girati nelle case occupate della ex-Berlino est, negli anni successivi alla caduta del muro, filmati superbamente realizzati in super8 e montati in vhs nelle cantine (videocitroniche) di El Paso Occupato a Torino.

 

Il primo, Monster Machine I-II è interamente recitato da lunghi cingolati giocattolo di gomma, con una lampadina che funge da testa sul corpo meccanico e che illumina e guarda allo stesso tempo. L’incontro tra Monster Machine I e Monster Machine II, nel montaggio tra il bianco nero metallico e le sonorità del flessibile, è uno dei momenti più romantici del cinema di robot e del cinema sperimentale degli anni ’90.

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T.R.I.B.E. Con la stessa bellezza del bianco nero selvaggio del primo, anticipa e riflette appieno il clima antiproibizionistico di sperimentazione degli stati di coscienza e di psichedelia tribale che agitava gli anni ’90, come strumenti in grado di mettere in crisi il funzionamento della società delle merci.

Nel finale il bambolino techno-voodoo, che nel rituale tribale techno-orgiastico viene caricato di energie,  vola verso il centro commerciale di Berlino per distruggerlo.

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