Ora che la pace è stata imposta, e il Ponte Vecchio è stato ricostruito, Mensud si ritrova a fare i conti con la mentalità nazionalista, che si è radicata con la guerra e che spacca la città in due.
Lacerata e esasperata dal conflitto etnico, Mostar assomiglia oggi più a due “ghetti”, separati da un grande boulevard, che alla gioiosa Montmartre dei Balcani che era prima della guerra.
Sul campo della scuola calcio del Velež, la squadra leggendaria di Mostar, che incarnava la felice mescolanza di etnie e tradizioni, di cui la città è sempre andata fiera, Mensud insegna a una compagine di calcatori in erba, il valore dell’amicizia e dell’unità.
Suo figlio Dženan, uno dei suoi giovani giocatori, non sopporta più le tensioni tra le due fazioni della città, né il dover vivere confinato in una sola parte di Mostar per evitare guai.
Sogna di giocare per una grande squadra europea e di costruirsi una vita lontano, in un luogo sicuro.
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Note dell’autrice
Mostar United è iniziato dove ho messo la parola fine al mio precedente film “Private Fragments of Bosnia”.
Doveva essere la risposta alla constatazione di morte di Mostar, pronunciata dalla mia migliore amica, Svjetlana, secondo cui la sua pura e innocente Mostar era morta per sempre.
Ciò che ne era rimasto, a suo dire, erano i suoi assassini,che continuavano a passeggiare nelle sue strade senza alcuna vergogna.
Le chiesi dove avrei dovuto cercare, per trovare un po’ dello spirito della città gioiosa e multietnica che lei ricordava, qualora fosse sopravvissuto.
Lei mi disse di chiedere, ammesso che ancora esistessero, del coro delle bambine di Mostar o del Velez FC.
Non trovai il coro, ma incontrai Nenad, in rete, uno sfegatato tifoso del Velez, originario di Mostar “deportato in Norvegia, la terra di Mordor” (cit.) allo scoppio della guerra, quando aveva solo 11 anni.
Appassionato ultra, aspirante regista, costringermi a fare un film sul suo Velez diventò la sua missione.
Diventammo amici e ci imbarcammo in questa avventura insieme, io per dimostrare alla mia migliore amica che qualcosa della sua città era sopravvissuto, lui per consegnare il suo amato Velez e tutto ciò che rappresentava, all’eternità.
Appena ho conosciuto Mensud, allenatore della scuola calcio del Velez, non ho avuto dubbi che dovesse essere il mio protagonista.
C’era qualcosa di tragico nel suo tentativo di riunire la città partendo dai ragazzi: lui trasmette loro i suoi valori, sperando che su quel campo rinasca lo spirito della città, mentre i ragazzi su quel terreno di gioco coltivano il sogno di andarsene e giocare all’estero.
La tensione col figlio incarnava il conflitto che forse riguarda ogni padre: ad un certo punto bisogna lasciare andare.
Mostar United per me è stato molto più di un film, è stato un’avventura incredibile, l’inizio di collaborazioni durature, la nascita della mia grande famiglia del cinema allargata e di amicizie preziose, profonde, grazie a cui sento Mostar come una delle mie terre d’origine.
Durante un pitching, nel 2004, io e il mio produttore, Edoardo Fracchia, conoscemmo Petra Seliskar (slovena) e Brand Ferro (macedone), che poi diventarono la co-produttrice e il direttore della fotografia del film.
Durante la proiezione del trailer, non smisero di ridere nemmeno un attimo – loro che capivano le sfumature dello slang dei mostarini – e si innamorarono del progetto.
Con Petra e Brand, iniziai ad andare a Mostar con regolarità, per periodi sempre più lunghi.
Già amavo Mostar, ma girando Mostar United iniziai anche ad odiarla, per quel suo sistema di potere quasi feudale, corrotto che emerge quando si scava sotto la suprficie.
“Bene”, mi dissero gli amici mostarini, “ora sei una di noi.
Mostar non puoi solo amarla, devi anche odiarla, altrimenti saresti solo una turista”.