Oggi vive negli Stati Uniti, lontana dalle sue radici e dai sogni di un tempo. Il ricordo della guerra e delle perdite subite rende impossibile per lei affrontare un ritorno.
Claudia, la sua migliore amica, decide allora di intraprendere quel viaggio che Svetlana non riesce a fare.
Armata di una videocamera e delle registrazioni delle loro lunghe conversazioni telefoniche notturne, attraversa Mostar e Sarajevo alla ricerca di ciò che potrebbe convincere l’amica a tornare a casa.
Il suo viaggio diventa così un ritorno per interposta persona, un percorso nella memoria costruito attraverso le parole di Svetlana e le immagini di una Bosnia ancora segnata dalle ferite della guerra.
A Mostar, dove la divisione etnica continua a essere una presenza concreta, Claudia incontra le tracce di un passato che non sembra ancora concluso: le case distrutte, i cimiteri, le mine, una città un tempo multiculturale e vitale, oggi profondamente segnata dalla separazione.
Anche Sarajevo, con la sua storia e le sue contraddizioni, porta i segni di ciò che è stato.
Alla ricerca di un luogo che possa ancora essere chiamato casa, Claudia scopre forse che il viaggio non riguarda soltanto il ritorno di Svetlana, ma il rapporto fragile e complesso tra memoria, perdita e appartenenza.
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Note di Regia
“Private Fragments of Bosnia” è nato per caso.Avevo incontrato un produttore con cui avrei voluto lavorare.
Mi chiese di vedere qualcosa di mio, per capire quale fosse il mio sguardo, cosa sentissi necessario raccontare.
Non avevo nulla da mostrargli.
Ma in quel momento avevo in mente una persona: Svjetlana, la mia migliore amica.Ci eravamo conosciute a Modena, grazie ad un amico che lavorava col cugino che l’ospitò, dopo lo scoppio della guerra.
Poi lei è partita.
Prima i Paesi Bassi, poi Vancouver, infine Los Angeles.
Nonostante la distanza, continuavamo a discutere di Mostar, di quello che era successo,di come lei si sentisse, mi raccontava i suoi ricordi.
Prima ci scrivevamo lettere, poi email, infine ci telefonavamo – la tecnologia!
Dodici anni di conversazioni interminabili.
Ricordo mio padre che, quando Svjetlana veniva a trovarmi, non riusciva a credere di ritrovarci sempre lì, sedute una di fronte all’altra, a parlare, senza sosta, per ore.
Come se ci fosse ancora qualcosa che doveva essere detto.
Svjetlana era bloccata.
Non riusciva a mettere radici da nessun’altra parte.
E io pensavo che forse sarebbe dovuta tornare a Mostar, forse solo per dire addio alla cittàe poter finalmente voltare pagina.
Allora non pensavo di oltrepassare un limite. Lo avrei capito soltanto anni dopo.
Così è nato il film.
È nato per Svjetlana, che non sapeva che lo stessi facendo.
È nato anche per quel produttore, che dopo averlo visto decise di lavorare con me e con cui iniziò una collaborazione meravigliosa.
Ma forse è sempre così che nascono i film.
Forse, quando iniziamo a raccontare qualcosa, abbiamo sempre qualcuno in mente.
Qualcuno a cui stiamo parlando, anche se quella persona non lo sa.
Qualcuno che, in qualche modo, è già dentro le immagini prima ancora che le immagini esistano.