Il cinema di Claudia Tosi
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Il cinema di Claudia Tosi

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34 Pp Beau Esterni Dog City Soliera By Fulvia Troja

Mr. Beau - Amici veri si diventa

Regia di Claudia Tosi

Mr. Beau racconta la storia d’amore tra Beau, un Golden Retriever di nove anni dal carattere burbero, e Claudia, la sua compagna umana.

I Had a Dream

I Had a Dream

Regia di Claudia Tosi

Manuela e Daniela, due donne che sognano di cambiare il loro paese, l’Italia, ma devono fare i conti con la dura realtà.

matrimonio in braccio_streeen

Il cerchio perfetto

Regia di Claudia Tosi

Ivano e Meris vivono nelle due stanze adiacenti, ma non si conoscono. Sono i loro ultimi giorni o mesi o settimane, difficile dirlo.

Mensud

Mostar United - Una lotta contro il nazionalismo

Regia di Claudia Tosi

Mensud ha combattuto nella guerra di Bosnia-Erzegovina, difendendo la sua città, Mostar, e il suo Ponte Vecchio.

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Private Fragments of Bosnia

Regia di Claudia Tosi

Svetlana ha lasciato Mostar nel 1992, allo scoppio della guerra, e da allora non è più tornata nella sua città natale.

The future is written

The future is written

Regia di Claudia Tosi

Mostar.. Il vento torrido spazza le strade deserte. Alcuni gatti randagi lottano per il dominio della spazzatura. Credo che dovremmo iniziare a chiederci cosa lasceremo in eredità ai posteri.

tosi-giusta

Cinema is…Claudia Tosi

Regia di Claudia Tosi

Reflections on the Seventh Art by Claudia Tosi.

Sinossi

Streeen dedica una retrospettiva al cinema della regista Claudia Tosi.

Emiliana, sfoglina per passione e regista eclettica di professione, Claudia inizia il suo percorso nel mondo del documentario creativo a Torino, grazie alla collaborazione con la casa di produzione Stefilm, con cui, all’inizio degli anni 2000, porta il documentario d’autore nei pitching e nei festival di tutta Europa, protagonisti di un nuovo modo di interpretare la realtà.

Fra le prime autrici a credere nel progetto Streeen, in piattaforma erano già presenti I Had a Dream e The Perfect Circle, a cui si aggiungono oggi Mr Beau, Mostar United e Private Fragments of Bosnia.

La sua biografia si intreccia in maniera indissolubile alla sua filmografia: i film balcanici, di certo di grande valore storico e politico, sono innanzi tutto racconti di giovani amicizie, The Perfect Circle e Mr Beau parlano di cura e di saper lasciare andare, e I Had a Dream è la perdita dell’innocenza in un mondo in cui il posto delle donne è ancora e sempre incerto.

Claudia Tosi ha saputo crearsi uno spazio nel mondo del documentario internazionale con tenacia, studio e talento, 

Con I Had a Dream ha vinto il DOK Leipzig, festival qualificante per gli Academy Awards, un riconoscimento che ha portato il film nel novero delle opere eleggibili alla corsa agli Oscar.

Siamo orgogliosi di proporvi questa rassegna che ripercorre la carriera di una regista a noi cara, protagonista, inoltre, con noi ed altre registe provenienti da Italia, Spagna e Turchia del progetto, targato Eurimages, The Purple Meridians, con cui abbiamo affrontato il gender gap nell’industria cinematografica europea.

Claudia ha altri film nel cassetto, progetti futuri per cui le auguriamo nuovi successi, e qualche altra chicca del passato che troverà casa su Streeen quando sarà pronta per essere condivisa.

Sono nata a Modena, nell’ospedale di Modena, ma sono reggiana, cresciuta in un piccolo paese di 3600 anime, nella bassa reggiana, al confine con le province di Modena e di Mantova. Terra di tortelli di zucca, per intenderci. Mi piace credere alla diceria che “Rolo” degli Orb abbia preso il titolo dal mio paese, Rolo, dopo che Alex Paterson è passato dalla nostra stazione ferroviaria, sulla via per un DJ set estivo allo Spirity – locale nel mezzo del nulla della bassa modenese.

Ho desiderato avere un futuro nella pallavolo, ma a 16 anni, mentre facevo l’autostop, un camion ha stroncato la carriera che credevo di meritare, salendomi sul piede sinistro.

Dopo un esordio lavorativo, da adolescente, in una delle tante stirerie ai margini del comparto tessile locale e sudatissime estati da stagionale nei campi, sono approdata al mondo del lavoro “dei miei desideri”: stampatrice in camera oscura di fotografie in b/n e assistente fotografa nel mondo della moda di provincia, poi montatrice video e infine regista per la pubblicità e la televisione.

Il passaggio dalla fotografia al video è avvenuto mentre studiavo Filosofia a Bologna, dove mi sono appassionata al cinema, e ho mutuato qualche esame dal DAMS. In quegli anni, assieme ad alcuni amici universitari, ho frequentato per un anno un corso CEE per tecnici televisivi dove ho imparato i rudimenti del montaggio e della ripresa. Ricordo il cortometraggio di diploma, realizzato con un’amica, e ora valente regista (Sara Pozzoli), dal titolo De Siluro. Il film avrebbe dovuto essere un documentario scientifico sul pesce siluro, ma alla Prima, in una sala d’essai di Modena, il pubblico aveva riso dall’inizio alla fine – noi sgomente! O il film non era stato capito, oppure noi avevamo sconfinato nel grottesco – che lezione sullo sguardo! Finito il corso, iniziai a collaborare con una casa di produzione di Reggio Emilia, relegando la mia grande passione, la filosofia, ad un ruolo secondario.

Nel tempo, però, sono riuscita a ritagliarmi il tempo per conseguire una laurea triennale in Filosofia all’Università di Bologna (con tesi su Heidegger e la poesia come premessa e promessa di salvezza) e una magistrale, sempre in Filosofia, all’Università di Torino (con tesi sull’effetto autenticità nel documentario).

Nel 2003, per puro caso andai al pitching forum organizzato a Bardonecchia da Documentary in Europe. Non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, ma lì conobbi il cinema documentario internazionale contemporaneo, le dinamiche di co-produzione e mi innamorai di quel mondo, volevo farne parte. In particolare, un produttore di Torino, Edoardo Fracchia, mi colpì per la gentilezza e la creatività con cui interveniva nei progetti presentati e mi dissi che avrei voluto lavorare con lui. Mi sono presentata, lui mi ha ascoltata e mi ha chiesto di mostrargli qualcosa di mio. Realizzai, così, Private Fragments of Bosnia, un’autoproduzione con cui, da un lato, volevo dirgli che, ecco, questa ero io; e dall’altro, scoprivo di essere una regista “ombelicale”.

Col mio secondo film, Mostar United, ho conosciuto meglio il “mercato internazionale”, un mondo variopinto in cui sognatori e poeti si mescolano a metodici e organizzatissimi professionisti.
Io ed Edoardo Fracchia, il mio produttore, siamo andati in giro per pitching forum — Bardonecchia, Lisbona, IDFA ad Amsterdam — riuscendo a costruire per il film una co-produzione con la Slovenia, insieme a Petra Seliskar, conosciuta ad un pitching, e che oggi è come una sorella per me. Sette televisioni si sono aggiunte come partner produttivi. Il tutto ha richiesto cinque anni di lavoro dall’idea alla Première ad IDFA. È con Mostar United che ho imparato a domare fretta e frustrazione.

Non fu un periodo semplice, perché mia madre affrontava la fase finale di una malattia cronica e io volevo esserci, pur non volendo rinunciare alle opportunità che mi si stavano presentando. Esaurito il tour festivaliero di Mostar United, non ero pronta a lavorare ad un nuovo film. Avevo in mente un’idea – e lì è rimasta per un paio d’anni – che è diventata un progetto di film solo nel 2010, quando ho iniziato a scrivere. The Perfect Circle, il mio terzo film, è stato anche il mio esordio alla produzione. Col senno di poi, credo che io cercassi di avere il controllo totale sull’opera, essendo, per certi versi, una storia sulla mia esperienza con mia madre e con il fine vita, senza che però si parlasse di noi.

Per darmi una formazione che mi permettesse di affrontare l’impresa, dopo aver ottenuto il sostegno allo sviluppo del Fondo Media, ho frequentato EAVE, nel 2011. Si tratta di un training program per “macchine da guerra produttive” di cui ho ricordi splendidi perché mi sono ritrovata nel mitico gruppo D, capitanato da Roshi, una geniale produttrice di origini iraniane, poi trapiantata in Germania, e composto da un miscuglio di balcanici sognatori e nordici ribelli dal futuro radioso.

Da tre anni, però, avevo anche iniziato a lavorare ad un film sulla politica che avevo abortito già un paio di volte. Nato per essere un instant movie sulla sconfitta di Berlusconi alle Politiche del 2008 – che, invece, vinse – si è trasformato, poi, nel racconto di “Se Non Ora Quando” come movimento civile e femminista che avrebbe cambiato il Paese – che poi implose. Così, il film si trovò in impasse fino a che, ad EAVE, una collega norvegese, già produttrice e socia di Joshua Oppenheimer, mi spinse a lavorarci, se non altro per mostrare al mondo le lotte delle donne della politica italiana, di cui nessuno sapeva nulla.

Così, nel 2012, frequentai EURODOC, altro training program per produttori, per cercare di rivitalizzare quello che diventò I Had a Dream e lì conobbi Nathalie Combe, produttrice francese con un italiano perfetto, praticato durante il suo dottorato (su Joyce) a Trieste, che entrò in co-produzione e traghettò il film a France Télévisions.

Furono anni di sviluppo piuttosto frenetici: tanti viaggi, tanti pitching forum, training program e workshop. Partecipai a Berlinale Talent nel 2015, poi ad un training program organizzato da EWA (European Women’s Association) sulla distribuzione non convenzionale che mi permise di trasformare The Perfect Circle in un case study, dopo che, in seguito al rifiuto dei distributori di prendere in catalogo un film “che nessuno vorrebbe vedere” (il film è ambientato in un hospice), riuscii ad inventarmi un modello distributivo, figlio delle competenze maturate al training program EWA, che portò il film in 45 città, inanellando persino dei sold out, e a creare una vera e propria comunità attorno al film.

Da questa esperienza, ne è uscito un ruolo da docente al Master per Psicologi delle Cure Palliative della Facoltà di Medicina di Torino, di cui vado molto fiera. Ogni volta che preparo il mio modulo, ho l’occasione di scavare nel film da prospettive sempre diverse, perché io non sono mai la stessa, e di risignificare l’opera; ma ho anche l’opportunità di ripensare a quell’esperienza di cura straordinaria che ha permesso a me e mia madre di trovarci così intimamente connesse e immerse nella bellezza, nonostante arrivassero sempre e solo cattive notizie e la sua cartella medica…beh…lasciamo perdere.

Nel 2018, dopo dieci anni di tribolatissimo lavoro, tra training program, pitching forum e presentazioni del rough cut, I Had a Dream ha avuto la sua premiere a DokLeipzig, importante festival del circuito del cinema documentario, della categoria degli “Oscar qualifying”. Sempre sold out, il film è stato protagonista di una notte rocambolesca, durante la serata delle premiazioni. Vincitore di tutti i premi in palio (Golden Dove, FIPRESCI Prize, Interreligious Jury Award) – quindi candidato agli Oscar del Documentario di default – gli amici facevano un tifo da stadio (soprattutto perché il film aveva battuto ben due opere con delle suore come protagoniste per l’Interreligious Jury Award), mentre “l’illustre regista” usciva a mani vuote col volto scuro e io, astemia, brindavo con una strana gazzosa tedesca.

Liquidato da molti come “ennesimo film femminista”, per un bizzarro tempismo, I Had a Dream era il film giusto al momento giusto, e raccontava al pubblico internazionale il percorso verso la consacrazione del populismo in Italia poco dopo le del 2018. Questo mi condannava, però, ad un anno passato più in viaggio che a casa, tra festival, aeroporti e alberghi. Tutto molto bello.

Nel 2024 ho realizzato Mr. Beau, il film sul mio grande amore per il mio Golden Retriever, Beau. Per il film ho voluto le premiere vicino a casa, a Pordenone e Torino, tra amici cari e “pezzi di cuore”, ma soprattutto con lui in sala e il badge al collo.

Ora sto lavorando ad un nuovo progetto che parla di fantasmi, di una realtà più ampia rispetto all’esistenza, in cui presente e passato coesistono, e di nuovo si tratta di un progetto vicino a casa.

Oltre al mio lavoro di regista, dal 2018 partecipo in veste di tutor alla scuola senza sedie e alla residenza artistica di Visioni in Movimento; mentre dal 2023 collaboro con un progetto interregionale, Nord-Est Doc Camp, in qualità di tutor di autori e autrici in fase di rough cut, insieme ad eccellenti colleghi e colleghe.