Walls and Borders - 3 parte

Terza parte della rassegna di cortometraggi Walls and Borders

Macchie

Regia di: Marco Mathieu, Sonia Sassella

MACCHIE è un viaggio. Da Baghdad a Chernobyl, passando per Kabul, Beirut e la Bosnia. Una storia accompagnata dagli accordi di una chitarra acustica e segnata dai luoghi, cruciali di un confine invisibile, tra guerra e pace, violenza e contaminazione. Tra parte oscura e illuminata.

Le mura di casa

Regia di: Maddalena Merlino

Una donna affida il suo segreto ad un uomo. Una ferita inguaribile, che, grazie all’ascolto, a volte brucia un po’ meno.

Sara

Regia di: Francesco Momberti

Con un vecchio motorino bianco e una cassetta di legno piena di sacchi della spesa, Sara come ogni giorno, fa il giro degli anziani a cui consegna la spesa a domicilio. Lʼinsoddisfazione di ritrovarsi ormai non più ragazzina a fare la garzona viene colmata da una lettera che trova nella buca tornando a casa. La barriera del precariato è superata, lʼambiente di fabbrica la porrà di fronte ad un nuovo ostacolo ... il rumore.

Vis-à-vis-e (excerpt)

( 5’2’’ )

Arms of salvation or bars of restraint, spiritual barricades or release valves, passageways to sublime or jaws of repression, travel checkpoints or thresholds of transcendence, feeding hands or deliverance limiters, walls against escapism or delimiting borders. Arms and bars control passages.

Braccia di salvezza o sbarre di contenimento, barricate spirituali o valvole di sicurezza, sentieri verso il sublime o fauci della repressione, dogana passeggeri o soglia di trascendenza, mani che nutrono o limitano la liberazione, muri contro l'evasione dalla realtà o confini delimitanti. Braccia e sbarre controllano i passaggi.

Love Conquers Mountains

Regia di: Fernanda Moneta ( 2009 , 54" )

La soggettiva di un attraversamento. Un percorso esteriore e assieme interiore, in chiave impressionista.

048 Esenzione ticket malati oncologici

Regia di: Maurizio Orlandi

Il video è la sintesi di un lunga intervista che Luana Rovini mi ha rilasciato, prima della sua morte avvenuta nell’aprile del 2009, sulla sua esperienza di malata terminale di cancro. Le parti scelte sono quelle relative al concetto di “confine", ovvero, quella peculiare condizione esistenziale in cui il malato oncologico si viene a trovare e nel contesto della quale, a partire proprio dalla sua eccezionale e drammatica esperienza, inizia un percorso personale di rielaborazione della vita attraverso la scoperta e l’attivazione di risorse interne che nella normalità erano a lui sconosciute. La preziosa testimonianza della Rovini fa parte di un progetto finalizzato alla realizzazione di un documentario sul cancro ma, più in generale, sulla malattia, sostenuto dai seguenti enti: FilmCommissionTorinoPiemonte, Fondazione CRT, Fondazione per la ricerca e la cura contro il cancro di Candiolo.

C’erano un indiano, un’inglese e una francese…

Regia di: Chiara Pacilli

In una città apparentemente senza confini tre giovani di tre nazionalità diverse si incontrano, o si inseguono, senza incontrarsi mai. Sunil arriva da Bangalore per partecipare alla Biennale Democrazia. Ha un’ associazione no-profit che si occupa di aggiornare le leggi relative alla proprietà intellettuale e le nuove tecnologie. Marcia è inglese, vive a Torino e lavora per la rivista che ha invitato Sunil. Sabine è amica di Sunil e Marcia, è francese, è un’artista e pur non incontrando mai gli amici, riesce sempre, a suo modo, ad essere presente.

Riflessi

Regia di: Fulvio Paganin

Al tavolino di un bar Claudia discute animatamente con la sua amica Sofia. Cerca di farle capire i suoi pensieri, il perché della sua indignazione, la sua voglia di fare qualcosa per aiutare chi, lontano dal loro ambiente quotidiano, ha veramente bisogno. Il suo mondo, di fronte ai problemi del resto del mondo, le sta stretto. A nulla valgono le parole di Sofia e il suo tentativo di spiegarle che non può certo essere lei a cambiare le cose. Due punti di vista, due pensieri che a volte possono coesistere all’interno di ognuno di noi, sono qui mostrati nella loro dialettica, nello scontro amichevole tra due ragazze qualunque.

Sogni

Regia di: Luca Pastore

I sogni degli zingari: un progetto di ‘documentazione videoartistica’ avviato all’interno del campo nomadi di V. Germagnano a Torino.

Legata

Regia di: Elena Quarta ( 45" )

Lori dorme inquieta: uno stato di inerzia la tiene trattenuta...

Progetto Paskaran

Regia di: Regiana Queiroz ( 2008 , 4’49’’ )

Intervista a Somasundaram Paskaran, sopravvissuto alla guerra civile nello Sri Lanka.

Durante la costruzione della grande muraglia

Regia di: Alfredo Ronchetta

Il titolo è (quasi) uguale a quello di un gruppo di racconti di Franz Kafka. È soltanto di questo, e della vertigine di enormità dell’opera che qui viene evocata, che, per questo filmato, gli sono debitore. Per il fatto che sia esistito, invece, la mia gratitudine resta sempre infinita.
Le immagini provengono dal passato, dal mio passato. Sono state riprese quarant’anni fa, con una otto millimetri, e costituiscono il primo film che mi sia capitato di girare. Era l’estate del 1968, in Tanzania, e lavoravo come volontario in un cantiere per la costruzione di un ospedale. Quando il guidatore del camion che trasportava i mattoni al cantiere si ammalò, venni promosso da manovale ad autista. Fu così che mi capitò di arrivare alla mattonaia e affacciarmi su questo girone infernale: corse nella calura africana, con più di dieci chili di fango sulle braccia, corse tra muri di mattoni ad asciugare al sole, corse per riuscire a produrre un cottimo sufficiente a sbarcare una misera giornata, corse cantando inni al Signore, corse nel fango, corse nella polvere, corse nel fumo, corse, e ancora corse. Avevo una cinepresa e, invece di usarla per riprendere gli animali della savana, decisi di utilizzare tutte le poche bobine di pellicola di cui disponevo per raccontare queste corse. Il film mi servì poi per fare qualche spettacolo teatrale e per passare qualche esame alla facoltà di Architettura.
La storia che viene narrata dalla voce fuori campo è una storia vera in tutti i suoi dettagli, ed è facilmente riconoscibile anche se nel film non vengono esplicitati, né il luogo, né il tempo, né il personaggio. Il luogo è la Cina, il tempo è il III secolo a.c., e il personaggio è Ying Zhèng, signore di Qin. Questi, dopo avere sottomesso tutti i regni vicini, ordina che da allora lo si chiami Qin Shi Huang, primo imperatore della dinastia Qin, primo imperatore della Cina. Lui inizia la muraglia, lui ordina il rogo di tutti i libri e l’interramento di 46 eruditi, lui si fa costruire l’esercito di terracotta che, riesumato, viene oggi mandato in tournée per i musei del mondo.
Tuttavia è ancora vivo in noi il ricordo (risale solo alla fine del secolo appena concluso) di eserciti che bruciavano libri e costruivano muraglie. E oggi vediamo il nostro popolo costruire muri nel mare e tingerli di sangue. La verità di questa storia, quindi, non è legata né a un tempo, né a un luogo, né a un personaggio.
Jorge Louis Borges, nel primo capitolo di Altre inquisizioni, si sofferma a considerare il personaggio Qin Shi Huang e la relazione tra i due eventi chiave della sua vita, apparentemente contraddittori: la costruzione della muraglia, a difesa di territorio e cultura, e il rogo dei libri, a cancellazione di passato e cultura (dell’esercito di terracotta ancora B. non conosceva l’esistenza). Da questo scritto ho tratto il pensiero che Borges immagina possa essere passato nella mente dell’imperatore prima della sua morte: “ Gli uomini amano il passato e contro codesto amore non posso nulla, e nulla possono i miei carnefici, ma un giorno verrà un uomo che avrà il mio stesso sentire, e costui distruggerà la mia muraglia, come io ho distrutto i libri, cancellerà la memoria di me e sarà la mia ombra e il mio specchio, e non lo saprà".
I tamburi di fondo li ho registrati nel 1973 in un villaggio del nord dello Zaire, sulle rive del fiume Ubanghi. Il popolo dei Lokele, che abita questa regione è famoso per i suoi tamburi. Per loro tramite infatti essi riescono a parlare e a comunicare a distanza superando la barriera visiva costituita dalla foresta. Non è un codice quello che viene usato, come potrebbe essere il nostro Morse, ma una vera e propria riproduzione tonale della parola. Anche qui parole e barriere. Anche se qui le parole non vengono bruciate, ma rilanciate, e le barriere vengono penetrate. Sembra che il tema generale di questo film si rincorra da solo, senza volerlo, in modi strani. Il brano che ho usato da ambiente (l’8 mm. di partenza è muto) non riproduce però un discorso fatto con i tamburi, e nemmeno un momento intenso di musica, ma quella fase in cui tutti si cominciano a radunare, la gente chiacchiera, i tamburi si scaldano e la festa sta per cominciare.
Un po’ come mi piacerebbe fosse questo nostro film.

Mediterraneo

Regia di: Maria Rosso Delfino

I due “dubbi", espressi graficamente in caratteri dell’alfabeto latino e arabo e che rappresentano le due sponde del Mediterraneo con le loro due culture, a seconda della loro posizione possono formare un nastro della consapevolezza nero, simbolo di lutto, o un cuore come appare nel finale del video. Tutto dipende dal punto di vista da cui li si osserva e, anche, dalla loro relativa posizione essendo in movimento. È una questione di prospettiva.

Detenzione domiciliare

Regia di: Gianni Sartorio

La volontà di raccogliere, da una persona che molto ha vissuto, viaggiato, combattuto e sofferto, elementi di esperienza sui “muri". Quelli veri, che vengono dopo – e prima – di quelli metaforici. Le prigioni. Le nostre barriere culturali. Storicamente a danno dell’elemento femminile. Marginalizzato un tempo e ora. Dentro e fuori dalle galere e dai limiti sociali. Raccontati da chi è costretto in una casa che ama, ma che non può abbandonare. E, attraverso l’uso dello split screen, la descrizione di un prisma di esperienze e sofferenza, nella sua gestualità, con il codice interpretativo della comunicazione, analogica e numerica, come segno distintivo di una vita spesa verso una dimensione ideale.

L’amore fermo

Regia di: Cristina Savelli ( 2009 , 2'42'' )

Contro il muro assolato dell'ex-ospedale psichiatrico di San Salvi, a Firenze, si muovono le ombre di alberi fuori campo, mentre una voce duplice - ha in sé come un'eco - ripete parole scritte da una paziente lì ricoverata negli anni Sessanta.

Sessanta per cento

Regia di: Antonello Schioppa

Il cortometraggio è liberamente ispirato ad alcuni estratti del libro di Barbara Garlaschelli “FRAMMENTI. STORIE DA UN FORTINO DI PERIFERIA", Editore Moby Dick (collana “I saggi Moby Dick"), da cui sono stati reinterpretati frammenti dell’intervista a Matteo, uno dei pazienti del centro psico sociale di Milano.

No wall

Regia di: Flavio Sciolè ( 2009 , 2'23" )

Nessun muro, un uomo ed un muro in un rito ancestrale fatto di lotta, pianto, preghiera, bende, morte.

Oltre l'inganno

Regia di: Piera Tacchino ( 2009 )

Seguendo schemi spesso uguali il potere si oppone alle istanze di pace, libertà e difesa dei più deboli. Le politiche più sanguinarie e incivili sono giustificate da falsi stereotipi e menzogne. Chi, come Giuseppe Pinelli e Roberto Franceschi, è stato ucciso perché si batteva contro le forme di discriminazione e per il rispetto degli uomini continua a dare coraggio e stimoli positivi anche nei periodi più bui della storia.

Clandestino

Regia di: Adil Tanani ( 5' )

Il clandestino è un outsider che sta in una zona di confine spaziale legislativo e culturale. Il clandestino non esiste, ma (ci) (ri)guarda tutti.

L’ignoranza dei preconcetti

Regia di: Gennaro Testa

Una barbona riceve da una nigeriana un gesto di solidarietà. L’extracomunitaria le offre un piatto, del cibo che ha appena cucinato per sé e la sua famiglia. La barbona, nonostante il suo stato di bisogno, non si fida di ciò che è nel piatto, ne annusa il sapore ma nulla di più. I preconcetti nei confronti del “non conosciuto" sono evidentemente più forti della stessa fame. Depone il piatto in terra e, dimenticandosene, riprende la propria questua. Ma ad un tratto qualcuno, distrattamente, colpisce con un calcio il piatto. Il gesto richiama l’attenzione della donna sul piatto e sul suo contenuto, suscitando la curiosità della donna che decide di provare il sapore di quello strano miscuglio. Dopo alcuni bocconi si rende conto che il cibo è buono, anzi buonissimo. La donna africana, con un piccolo gesto di solidarietà, e la barbona con un piccolo sforzo, hanno, almeno per un attimo, abbattuto uno dei muri più grandi, quello della diffidenza.

The future is written

Regia di: Claudia Tosi

Mostar.. Il vento torrido spazza le strade deserte. Alcuni gatti randagi lottano per il dominio della spazzatura. Credo che dovremmo iniziare a chiederci cosa lasceremo in eredità ai posteri.

Voci

...non luoghi come un ex manicomio...

Regia di: Vanni Vallino

A trent'anni dalla legge Basaglia il nostro filmato vuole raccontare l'esperienza di un tempo che sembra ritornare.
La chiusura del manicomio di Novara significò, allora, la fine di un luogo tragico e desolato che, con il suo clima di violenza e di sopraffazione, con la sua totale frustrazione dei bisogni elementari, con le sue condizioni di vita spesso inumane, invece di curare, paradossalmente, creava patologia.
Il nostro breve documentario “passa" attraverso vecchi corridoi, stanze abbandonate, oggetti ritrovati che, grazie alle voci delle cartelle cliniche di allora, riportano alla memoria sofferenze mai dimenticate.
La chiusura del manicomio fu dunque un atto di coraggio che nasceva da un’atmosfera, a quel tempo diffusa, di attenzione e di difesa nei confronti dei deboli, dei folli, dei diversi. Un’atmosfera ben lontana dalla cultura di oggi che si sta rivelando sempre più sensibile ai rapporti di forza piuttosto che ai rapporti di sostegno, pronta ad emarginare, per timore, chi, con la sua follia, ci ricorda inevitabilmente che le sue emozioni, i suoi desideri, i suoi pensieri, le sue paure sono in fondo le emozioni, i desideri, i pensieri e le paure che vivono nelle regioni più profonde del nostro cuore e della nostra mente.
E’ per questo che riteniamo opportuno ricordare, ancora una volta, il manicomio, luogo di reclusione e di sofferenza un tempo, tragica metafora della esclusione oggi.

Antica sostanza per nuove forme

Regia di: Andrea Zambelli

La contemporanea Interpretazione di alcuni concetti chiave dell’Hagakure –il codice dei Samurai-, elaborata da un praticante di Parkour, la disciplina metropolitana il cui scopo è spostarsi nel modo più efficiente possibile superando ostacoli e tracciando percorsi che appaiono impossibili.